LONDRA > “Essere sardo, e soprattutto barbaricino, per me non è mai stato solo un dato geografico. È una stratificazione emotiva, culturale, quasi corporea. Crescere in Barbagia significa interiorizzare un senso profondo di appartenenza, ma anche di complessità: è una terra che non si lascia semplificare.”
Così Ivan Delogu Senes, di Bitti, che da Londra sta scalando il successo con le sue creazioni che ricordano il profondo legame con le sue origini.
Approda nella capitale inglese nel 2016 e due anni dopo, nel 2018, viene ammesso al corso di Moda Donna alla Central Saint Martins, una delle scuole di arte e design più importanti al mondo.
La Central Saint Martins fa parte della University of the Arts London (Università delle Arti di Londra) ed è considerata un punto di riferimento internazionale per la moda, perché molti stilisti di fama globale si sono formati in questa accademia. Nel 2023 vi consegue la sua prima laurea.
Durante gli studi viene notato dai “cacciatori di teste” della LVMH, il più grande gruppo del lusso al mondo, proprietario di oltre 75 marchi, tra cui Louis Vuitton, che decidono di sponsorizzare il suo percorso, sostenendolo economicamente e supportando il suo sviluppo creativo.
Già con la prima collezione riceve un premio come miglior creativo supportato da L’Oréal, riconoscimento che gli permette di partecipare a ITS – International Talent Support, concorso internazionale dedicato ai nuovi talenti della moda.
Anche in questa occasione ottiene diversi premi e un riconoscimento a livello internazionale, presentando infine i suoi lavori a Trafalgar Square e a New York.
Durante il percorso di studi per la specialistica, sempre alla Central Saint Martins, viene selezionato da Andrew Bolton, curatore del dipartimento moda del Metropolitan Museum of Art di New York e figura di riferimento a livello mondiale.
Bolton lo sceglie come borsista per ricevere la borsa di studio della Sarabande Foundation, creata per sostenere giovani creativi e che finanzierà il suo proseguo degli studi supportando inoltre la realizzazione delle nuove collezioni.
Di recente Ivan Delogu Senes ha presentato la sua seconda collezione alla “Settimana della moda di Londra”. Lo abbiamo sentito al telefono, sempre da Londra, dove è al lavoro per la preparazione del suo prossimo impegno, “La settimana della moda di Milano”, dove debutterà lunedì 2 marzo.
Ivan, la tua prospettiva creativa è certamente “cucita a filo doppio” con la Sardegna…
“Essere sardo, e soprattutto barbaricino, per me non è mai stato solo un dato geografico. È una stratificazione emotiva, culturale, quasi corporea. Crescere in Barbagia significa interiorizzare un senso profondo di appartenenza, ma anche di complessità: è una terra che non si lascia semplificare. Il confronto con Londra è stato fondamentale perché mi ha dato distanza e prospettiva, permettendomi di guardare le mie origini con maggiore lucidità. Vivere in contesti così veloci e performativi mi ha fatto capire quanto la mia terra funzioni secondo un altro tempo, più lento e profondo. Essere sardo significa portare con sé una certa durezza e severità, ma anche una grande capacità di resistenza e cura.”
Vista dalle sponde del Tamigi ti appare diversa, o meglio, riesci a coglierne l’essenza più profonda
“La Barbagia è una terra che non si offre subito. È aspra, silenziosa, estremamente chiusa, ma anche generosa con chi sa ascoltare. Culturalmente è un luogo dove la memoria e il rito hanno ancora un peso reale. Emotivamente è una terra che ti mette alla prova, che non concede scorciatoie. Non è decorativa: è essenziale. Ed è proprio questa essenzialità a renderla così potente. È stato soprattutto grazie a Londra che ho iniziato a guardare la Sardegna non come una periferia, ma come il centro del mio pensiero creativo.”
Ecco, parliamo del “self-concept” che ha influenzato gli esordi e guida oggi le tue creazioni
“Il mio lavoro nasce dalla trasformazione dell’abbigliamento femminile sardo nel secondo dopoguerra, quando i costumi tradizionali, ricchi di ornamenti, vennero progressivamente sostituiti da forme più sobrie e funzionali. Questo passaggio non ha cancellato l’identità culturale, ma l’ha riconfigurata. La modestia si è affermata come una strategia di mediazione tra lavoro e rispettabilità, tra spiritualità e vita quotidiana, dando origine a corpi che appaiono controllati, appesantiti e resistenti. Questi indumenti costituiscono il fondamento concettuale della mia ricerca.”
Una consapevolezza artistica che affonda le radici in un caleidoscopio artistico spazio-temporale e culturale molto ampio…
“La spiritualità rappresenta un asse portante della mia pratica. La cultura sarda è attraversata da un sistema di credenze stratificato, in cui il cattolicesimo rituale convive con residui pagani radicati nella civiltà nuragica, antica civiltà pre-romana della Sardegna. Questa compresenza non si manifesta come conflitto, ma come una continua sovrapposizione di simboli, gesti e pratiche incarnate. Processioni religiose, rituali del lutto, voti e riti domestici convivono con una concezione arcaica del corpo come ciclico, legato alla terra e profondamente connesso ai ritmi naturali e alla materia. In questo contesto, l’abito supera la funzione rappresentativa, cioè non serve solo a mostrare qualcosa, ma diventa un dispositivo di protezione, contenimento e sacralizzazione del corpo.
Puoi descriverci la fase ispirativa che porta alla creazione vera e propria dei tuoi abiti…
“Le forme avvolgenti, i mantelli, le stratificazioni e le superfici dense presenti nella collezione richiamano sia i paramenti liturgici cristiani, gli abiti sacri utilizzati durante le celebrazioni religiose, sia strutture arcaiche di difesa e salvaguardia. Coprire il corpo non significa cancellarlo, ma renderlo inviolabile. L’atto del vestirsi diventa così un gesto rituale attraverso il quale il corpo femminile viene sottratto allo sguardo maschile e ricollocato in una dimensione simbolica, collettiva e spirituale. La collezione, intitolata Il peso della luna, nasce da questo immaginario spirituale stratificato. La luna non possiede un peso misurabile, eppure esercita una forza costante e invisibile, capace di muovere le maree, regolare i cicli e influenzare i corpi.”
Le maree, la luna, la donna…, il femminino come parte fondante dell’arte di Ivan Delogu Senes
“Questa gravità simbolica diventa una metafora della condizione delle donne sarde: una presenza che agisce per influenza più che per imposizione, attraverso rituali silenziosi, gesti ripetuti e la trasmissione della memoria.”
Anche le materie prime e i tessuti che utilizzi riconducono alla madre terra, e anche di più…
“La sperimentazione tessile è centrale nella mia pratica. Lavoro con ricamo, plissettatura a mano e tecniche di intreccio della pelle, costruendo superfici che evocano un senso rituale e di eredità. Utilizzo lana grezza proveniente direttamente dagli allevamenti della mia famiglia, insieme a scialli e gonne recuperati da donne del mio paese. La sostenibilità è intesa come un gesto di cura e memoria condivisa, non come un elemento da spettacolarizzare all’interno della collezione. Un elemento distintivo del mio stile è il mio textile a mosaico, deliberatamente ispirato alle tende a piastrina usate in estate nei bar e nei mercati in Sardegna. In questa collezione l’ho reinterpretato utilizzando scarti di pelle e cuoio, trasformando un oggetto quotidiano in una superficie tessile concettuale.”
La tua tavolozza preferita…
“La palette è lunare e tonale: nero profondo, blu notte, écru, avorio e sfumature di marrone e terra fredda, così da lasciare spazio alla forma scultorea e alla profondità dei materiali.”
Le tue creazioni sono un veicolo sofisticato, raffinato, per far sognare, a chi le osserva, ad un’Isola fuori dagli schemi precostituiti del main stream…
“La Sardegna nell’immaginario collettivo è spesso citata per il folklore. La maggior parte degli stilisti e dei creativi che si ispirano all’isola parla di questo aspetto. Io sentivo la necessità di trovare qualcosa che mi distinguesse. La mia estetica è un dialogo personale tra me e la mia terra. Non voglio continuare a propagare un’immagine folkloristica dell’isola, che a volte ritengo una scorciatoia narrativa. Il mio approccio si basa piuttosto su una Sardinian consciousness, cioè una coscienza sarda, una consapevolezza profonda, critica e contemporanea della mia identità culturale.”
Come catalogheresti – se questo concetto in parte restrittivo può rientrare nel il tuo percorso artistico – le aspirazioni, l’ideale di arte all’interno della tua formazione in una prospettiva indirizzata agli anni a venire…
“Prima di essere designer, mi considero un individuo che vuole costruire un proprio linguaggio personale. Tra i miei riferimenti costanti ci sono Costantino Nivola, con la sua ricerca sulla materia e sul segno; l’arte serigrafica (tecnica di stampa artistica su tessuto o carta) di Edina Altara; e la scultura di Francesco Ciusa, capace di trasformare il dolore e la memoria in forma plastica. Il mio lavoro nasce esattamente in questo spazio tra memoria e trasformazione, rigore e appartenenza.”
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