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Artiste che danno filo da torcere ai luoghi comuni.

I fili monumentali di Chiharu Shiota e i fili relazionali di Maria Lai: quando le fibre tessili sfidano l’arte contemporanea.

Fili monumentali

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Di Lorella Marietti

Separate da oltre cinquant’anni di storia e accomunate dall’aver eletto il filo a “linea di pensiero”. Una è la giapponese Chiharu Shiota (nata nel 1972), protagonista della grande mostra “The Soul Trembles” (L’anima trema) al MAO di Torino fino al 28 giugno 2026. L’altra è la sarda Maria Lai (1919-2013), il cui paese natio Ulassai è stato per lei un luogo di partenza e al tempo stesso di arrivo, oggi sede del museo di arte contemporanea a lei dedicato, dove sono esposte le circa 140 opere donate dall’artista alla comunità.

 

Due donne nate in un’isola che hanno lasciato un segno unico nel panorama artistico mondiale. Da un lato la capacità di Chiharu di “dipingere nell’aria” con i suoi fili di lana e di alcantara, rivoluzionaria nel suo linguaggio visivo e per il livello di complessità e le dimensioni delle sue installazioni, con cui crea veri e propri ambienti dove lo spettatore è invitato a entrare e immergersi. Dall’altro lato, l’arte relazionale di Maria Lai che rivoluziona la concezione tradizionale dell’opera e del ruolo dell’artista, trasformando gli abitanti di Ulassai da semplici spettatori a co-creatori e protagonisti della performance “Legarsi alla montagna” (1981) con un nastro lungo 28 chilometri.

 

Entrambe le artiste hanno ridefinito il potenziale dell’arte: Chiharu per l’impatto viscerale e trasformativo delle sue installazioni, tra paesaggi di fili di lana rossi e neri, che rendono l’arte capace di “scuotere dal profondo” chi la osserva; Maria per la sua idea di arte come forza capace di innescare processi sociali, unire le comunità e dare nuova vita alle tradizioni, ponendo la relazione umana al centro della sua poetica.

 

Due visioni di connessione in cui i fili rappresentano per le due artiste anche delle linee di fuga che le allontanano dagli schemi socio-culturali e di genere delle loro rispettive realtà storiche e geografiche.

 

Nel video della mostra torinese, Chiharu Shiota racconta il suo desiderio fin da bambina di avere una vita diversa rispetto al contesto che la circonda: nata a Osaka in una famiglia di piccoli imprenditori della pesca, cresce vedendo gli operai che ogni giorno lavorano i prodotti ittici ripetendo sempre gli stessi gesti e capisce che vuole ampliare i suoi orizzonti con la creatività. Lo rivelano già i suoi disegni dell’infanzia, esposti anch’essi a Torino, che rappresentano l’inizio di un originale cammino artistico che dal Giappone la porterà a Berlino, dove vive e lavora dal 1997.

 

Anche per Maria Lai la scelta di iscriversi all’Istituto d’arte a Roma nel 1939 significa uscire da una storia per lei già scritta, che l’avrebbe vista moglie e madre secondo le consuetudini della sua epoca e della sua terra. Un viaggio che le permette non solo di coltivare il suo talento, ma anche di spostarsi poi a Venezia per frequentare l’Accademia delle Belle Arti, tessere legami con altri artisti, esporre in diverse gallerie e infine recuperare e reinterpretare le proprie radici, lavorando nella sua isola.

 

I percorsi delle due artiste si riflettono anche negli oggetti che caratterizzano le loro opere e che rimandano alle loro origini o ai loro itinerari. Ad esempio, nel caso di Chiharu, ricorrono nella sua arte le barche della sua infanzia, trasformate in sagome dalle quali salgono e si espandono chilometri di fili rossi, a suggerire i molti legami che potrebbero formarsi alla fine di ogni viaggio come nell’opera “Uncertain Journey”. O anche la monumentale installazione “Accumulation – Searching for the Destination” composta da centinaia di valigie oscillanti appese a una miriade di fili rossi, simbolo di ricordi, spostamenti, migrazioni, come pure dei viaggi interiori, che l’artista ha vissuto in prima persona.

 

Allo stesso modo, nella produzione artistica di Maria Lai, si può scorgere un riferimento costante alla sua terra: le connessioni con la tessitura artigianale isolana, con le antiche tradizioni domestiche e con le leggende sarde. Ad esempio i suoi “Telai” sono composizioni tridimensionali di legni e fili che esplorano il limite tra pieno e vuoto, tra la struttura razionale e l’imprevedibilità del segno, che esprimono la fine e, insieme, la sopravvivenza del lavoro artigiano in Sardegna, vera e propria comunione femminile che ispira all’artista intensi rapporti di collaborazione con cooperative di tessitrici sarde.

 

Così, da una parte, Chiharu mappa l’invisibile e cattura ricordi con i suoi fili rossi (simbolo della vita, del sangue che scorre nelle vene e del “filo rosso del destino” che nell’Asia orientale lega indissolubilmente le persone) e con i suoi fili neri (simbolo del cielo notturno, della vastità dell’universo e delle profondità dell’inconscio). L’atto di avvolgere in una fitta trama di fili i suoi oggetti – tra cui vi sono anche chiavi come simbolo di fiducia e accesso a spazi privati, o abiti vuoti che testimoniano storie individuali – offre al visitatore un labirinto emotivo in cui perdersi e ritrovarsi.

 

Dall’altra parte, Maria intreccia passato e presente con i suoi “Telai”, ma esprime anche il suo desiderio di infinito con i suoi “Libri cuciti”, fatti di stoffa e fili non tagliati che fuoriescono dai bordi o dalle righe di scrittura, con un effetto di “non finito”. O, ancora, con il suo nastro azzurro di 27 km ricuce fratture sociali e riannoda i rapporti di un intero paese, mostrandone anche le tensioni, perché lascia liberi gli abitanti di scegliere come legare le loro case: un nodo per le relazioni di amicizia, un fiocco con appeso un pane pintau dove c’è amore e un nastro teso per i rapporti difficili.

 

Pur utilizzando il filo con intenzioni diverse, Chiharu Shiota e Maria Lai tessono idee potenti capaci di innovare profondamente l’arte contemporanea, intrecciando emozioni e riflessioni inattese. E il filo diventa la via da seguire per porre interrogativi su identità e relazioni, per offrire nuovi punti di vista, per ricordarci che la connessione è l’elemento fondamentale dell’esistenza e dell’universo.

 

Immagine: Chiharu Shiota, “Uncertain Journey”, 2025-26, MAO – Museo di Arte Orientale di Torino.

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