CAGLIARI > Dopo il sรฌ del Veneto, quarta Regione italiana e prima di centrodestra a legiferare sul suicidio medicalmente assistito, il primo firmatario della legge sarda il Presidente del Gruppo PD in Consiglio regionale, Roberto Deriu, fa un bilancio a un anno dallโapprovazione.
โLa Consulta ci ha detto che i tempi certi richiedono una legge nazionale. Formalmente ha ragione. Sostanzialmente ha tolto la garanzia contro il calvario burocraticoโ.
Il 2 settembre il Consiglio regionale del Veneto ha approvato, con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti, la propria legge sul suicidio medicalmente assistito: quarta Regione italiana dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, e prima amministrata da una maggioranza di centrodestra a dotarsi di una norma sul tema. La Sardegna, su questo fronte, รจ stata tra le prime regioni a muoversi diventandone capofila.
Ripercorriamone brevemente i passaggi: la legge sarda รจ stata approvata il 18 settembre 2025 ed รจ entrata in vigore il 25 settembre. Il 20 novembre 2025 il Consiglio dei ministri lโha impugnata davanti alla Corte Costituzionale e il 24 luglio 2026 la Consulta ha depositato la sentenza n. 148: ha respinto le censure sullโimpianto generale della legge, ma ha dichiarato illegittime alcune disposizioni specifiche, tra cui il termine di sette giorni per completare la procedura e lโarticolo che affidava alle aziende sanitarie il supporto tecnico e farmacologico.
Per lโOn. Roberto Deriu, presidente del gruppo del Partito Democratico nel Consiglio regionale della Sardegna e primo firmatario della legge sarda, รจ quindi lโoccasione per un bilancio a distanza di quasi un anno dallโapprovazione. Con lui abbiamo ripercorso ciรฒ che รจ cambiato dopo la sentenza della Consulta, il nodo mai risolto della competenza tra Stato e Regioni, e le obiezioni di chi continua a opporsi alla legge.
Di seguito la nostra intervista integrale
Prima di rispondere punto per punto, Deriu ci ha voluto fare una premessa: “agonia”, che in greco significa lotta. Lotta per la vita?
No. Lotta contro la morte. Una lotta che non puรฒ essere vinta. La nostra medicina non guarisce piรน, rinvia. Fa convivere il paziente con le sue malattie per un tempo piรน lungo possibile. Ha rinunciato all’illusione della guarigione per sposare la causa dell’allungamento della vita. ร cosรฌ che l’Europa ha battuto tutti i record. Ed รจ comprensibile che ci siano medici che oggi vedono il fallimento non nell’inguaribilitร , ma nel fatto che quel percorso termini. Non รจ impazienza di terminare le cure. ร l’opposto. ร deontologia rigorosa, severa, assistita da tecnologie e protocolli sempre piรน avanzati. Se รจ un’ideologia, รจ l’ideologia dei medici. Di chi dedica la vita a salvarne altre. E allora la domanda che ho posto ai colleghi resta la stessa: perchรฉ sono i medici, le loro organizzazioni, i loro comitati scientifici ed etici, in Sardegna e qui dentro, a chiedere una regola sull’esito? Perchรฉ sanno quando la lotta, giammai priva di speranza fino all’ultimo, fino all’estremo, quando perduta irrimediabilmente, raggiunti i limiti provvisori ma reali della nostra scienza, non ha da trasformarsi in orribile, disumana, sacrilega tortura del corpo esausto del malato. Da qui rispondo.
Bene, partiamo con il Veneto. Il Consiglio regionale ha appena approvato la propria legge sul fine vita, prima Regione di centrodestra a farlo. Che effetto le fa, da primo firmatario della legge sarda? E che cosa dice questo sullo stato del dibattito politico attuale sul tema?
Mi fa l’effetto di una conferma. E di una commozione civile. Il Veneto รจ la quarta Regione dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, e la prima amministrata dal centrodestra a dare il via libera. 32 voti favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti, dopo una seduta fiume iniziata il primo settembre. Da primo firmatario della legge sarda dico: non รจ una vittoria di parte. ร la dimostrazione che la Grundnorm di cui parlavo in Aula non ha colore. La Corte Costituzionale ha tracciato il limite oltre il quale la lotta contro la morte diventa calvario. Quel limite รจ la frontiera che lโumanitร non puรฒ varcare che con la fede. Cosa dice dello stato del dibattito? Che la politica quando guarda i volti, sceglie. Zaia lo ha detto con onestร : non stiamo votando sul fine vita, stiamo facendo un atto di civiltร . Non stiamo introducendo un nuovo diritto, stiamo organizzando procedure nel perimetro della Consulta. Ecco: la coscienza dei consiglieri, anche combattuti tra direttive dall’alto e coscienza personale, ha prevalso. A Roma si discute di etichette, nei territori si risponde a domande reali.
Con la sentenza 148 la Consulta ha respinto lโimpugnativa sullโintera legge pur dichiarando comunque illegittimi lโarticolo 2 comma 1 sui requisiti di accesso, i termini stringenti tra cui i 7 giorni per l’autosomministrazione previsti dallโarticolo 4 e lโintero articolo 5 sul supporto delle aziende sanitarie.
ร successo esattamente ciรฒ che la Corte aveva giร scritto per la Toscana nella 204 del 2025. La Corte ha detto: non รจ illegittima l’intera legge sarda sul fine vita. Perchรฉ la legge asserisce alla tutela della salute, materia concorrente, limitandosi a disciplinare l’attivitร delle aziende sanitarie locali. Ma poi ha censurato tre invasioni di competenze statali: Primo, l’art. 2 comma 1, che ammetteva alle prestazioni le persone in possesso dei requisiti indicati dalla giurisprudenza costituzionale. Per la Corte viola la competenza esclusiva statale in ordinamento civile e penale perchรฉ realizza una novazione dei principi ordinamentali, irrigidendoli, definendo nella legge regionale i contorni dell’esimente all’art. 580 c.p. . In breve: la Regione non puรฒ impossessarsi dei principi della Corte e cristallizzarli. Secondo, l’art. 4 sui termini stringenti per la verifica dei requisiti da parte della commissione multidisciplinare e del comitato etico territoriale. La Corte vi vede una violazione perchรฉ coinvolgono scelte che necessitano uniformitร sul territorio nazionale e contrastano con la legge 219 del 2017 che valorizza l’alleanza terapeutica: va garantita la sollecita presa in carico, ma sempre consentiti tutti gli approfondimenti clinici che la commissione ritenga appropriati. Terzo, e qui dolgono le due amputazioni piรน concrete: l’art. 4 comma 10 che imponeva 7 giorni per l’esecuzione e l’art. 5, che prevedeva il supporto tecnico e farmacologico e l’assistenza medica per la preparazione all’autosomministrazione. Per la Corte la Regione non ha fissato dettagli, si รจ appropriata dei principi fondamentali, con vulnus alla riserva statale ex art. 117 terzo comma. Ha dichiarato incostituzionale anche il comma 12 che parlava di sospendere l’erogazione: nel suicidio assistito non
c’รจ erogazione da sospendere, come nell’eutanasia attiva, ma assistenza a chi compie da sรฉ l’atto finale.
Come si concilia quindi lโidea di un servizio sanitario che resti al fianco della persona fino allโultimo giorno fornendo garanzie come i tempi certi con le parti della legge che la Consulta ha cancellato? Cosa viene garantito oggi, nella pratica, ad un paziente sardo, in assenza di quei termini e di quel supporto tecnico-farmacologico?
Non si concilia. Si zoppica. E lo dico con rispetto per la Consulta. Noi avevamo scritto una legge per dare tempi certi all’agonia, non per burocratizzarla. Volevamo dire: la sanitร sarda, con il suo personale numeroso e capillarmente distribuito, con attrezzature d’avanguardia, con risorse tanto cospicue da non poter essere nemmeno pienamente sotto controllo contabile di quest’Assemblea, non si ferma un passo prima della fine. Non lascia il cittadino solo nel momento in cui la lotta รจ perduta. La Corte ci dice: i tempi certi richiedono uniformitร nazionale. Formalmente ha ragione. Sostanzialmente, togliendo i 7 giorni, ha tolto la garanzia contro il calvario burocratico.
Allora cosa resta garantito oggi, in pratica, in Sardegna?
Resta l’impianto. Resta la legittimitร di una procedura regionale. Resta la commissione multidisciplinare, il parere del comitato etico, il diritto ad essere curati efficacemente anche con cure palliative efficaci, come ricorda la sentenza stessa. Resta che i requisiti sono quelli viventi della giurisprudenza costituzionale, non irrigiditi in legge regionale, ma da accertare caso per caso. Cosa non รจ piรน garantito per legge regionale? Due cose decisive: il termine entro cui avere risposta, e il supporto tecnico-farmacologico delle ASL. Il che significa che diciamo al paziente: hai il diritto, riconosciuto dalla Corte fin dal 2019, ma per il farmaco e per il come, la Regione non puรฒ piรน dirtelo con norma. ร demandato alla coscienza del medico, alla prassi, a una delibera di Giunta che non invada i principi statali. ร un vuoto che la politica sarda deve colmare con atti attuativi rispettosi della 148, in attesa che Roma faccia il suo dovere.
Sono passati sette anni dalla sentenza 242 del 2019 (caso Cappato) e il Parlamento non ha ancora legiferato. Cโรจ chi parla apertamente di un “legislatore riluttante”, condizionato dal peso dell’etica cattolica in Parlamento, nonostante sondaggi che indicherebbero una maggioranza favorevole anche tra elettori di centrodestra. Perchรฉ, secondo lei, un tema che riguarda diritti fondamentali resta bloccato a Roma mentre le Regioni si muovono una dopo lโaltra?
Perchรฉ a Roma vige quella che voi chiamate, con pudore, riluttanza. Io la chiamo omissione colpevole di un dovere giurato. La Corte, rielaborando i principi della Costituzione in armonia con le Carte dei diritti, ha fornito al legislatore la nozione di quel limite, quella Grundnorm. Ha detto: oltre qui, proseguire senza speranza e attraverso insostenibili sofferenze non รจ piรน tutela della salute. Il Parlamento non legifera perchรฉ confonde ancora la frettolosa teologia – Dio dร la vita e Dio la toglie – con la deontologia medica. Teme il peso dell’etica cattolica tradotta in disciplina di gruppo, teme i sondaggi che pure dicono che una maggioranza, anche di elettori di centrodestra, รจ favorevole. Le Regioni si muovono perchรฉ hanno la competenza concreta. Noi apriamo gli ospedali la mattina. Vediamo l’agonia. Possiamo trascurare i nostri doveri o adempierli: noi abbiamo scelto di adempierli.
In questo quadro non rischiamo unโItalia a โgeometria variabileโ sul fine vita, dove il diritto dipende dal luogo di residenza? Cโรจ chi sostiene che questo sia in tensione con il principio per cui i livelli essenziali delle prestazioni sanitarie devono restare uniformi su tutto il territorio nazionale, come ha ribadito anche la Consulta.
Sรฌ, rischiamo la geometria variabile. Ma la causa non sono le leggi regionali. ร l’assenza di quella nazionale. La Corte, sia nella 204 toscana sia nella 148 sarda, ha detto una cosa chiarissima: l’esercizio della competenza concorrente in tutela della salute non รจ precluso dal fatto che lo Stato non abbia ancora legiferato, perchรฉ i principi fondamentali sono giร desumibili dalla legislazione vigente letta alla luce delle sentenze. Noi non creiamo un diritto veneto o sardo a morire. Il diritto รจ giร stato riconosciuto dalla Consulta per tutti gli italiani. Noi organizziamo il servizio che lo rende esigibile, perchรฉ altrimenti quel diritto dipende dal CAP, dal tribunale, dal viaggio in Svizzera. ร in tensione con i LEA? Al contrario. ร proprio perchรฉ i livelli essenziali devono restare uniformi che serve una legge nazionale. Le leggi regionali sono un supplizio necessario, non un capriccio federalista. Chiedono, con la loro esistenza, di essere superate da una cornice nazionale.
Chi si oppone alla legge fa spesso leva sul cosiddetto “argomento del piano inclinato”: l’idea che riconoscere il diritto a morire in casi estremi porti inevitabilmente ad allargarne l’accesso in modo incontrollato. Al di lร delle etichette ideologiche, cosa risponde nel merito?
ร l’argomento di chi non ha argomenti sul caso concreto. Si dice: se riconosci il diritto in casi estremi, poi allargherai in modo incontrollato. ร una profezia che si autoalimenta della paura. Nel merito: dove sono i dati? In Toscana, in Sardegna, in Emilia-Romagna le procedure sono rigorosissime. Commissione con palliativista, psichiatra, psicologo, medico legale, anestesista. Parere etico. Verifica di patologia irreversibile, dipendenza da sostegni vitali, sofferenza intollerabile soggettivamente accertata. Alleanza terapeutica ex legge 219. Il piano inclinato non esiste quando c’รจ il piano della legge. E la nostra legge aveva messo un parapetto: tempi certi, ma anche approfondimenti doverosi. La Corte, togliendo i termini, ci ha detto: attenzione a non comprimere l’approfondimento. Ha ragione. Ma questo conferma che il sistema รจ prudente, non scivoloso. Non รจ un pendio. ร un confine tracciato con il bisturi. E se รจ un’ideologia, ripeto, รจ l’ideologia di chi ha dedicato la vita a salvare vite e sa quando smettere di torturare.
Un recente saggio di Fornero, Rimoli e DโAndrea (Diritto di vivere e di morire: una rivoluzione copernicana, Utet) sostiene che il diritto di morire non sia lโopposto del diritto alla vita, ma la sua naturale estensione โ una vera โrivoluzione copernicanaโ nel modo di pensare il rapporto tra i due. ร una lettura che condivide, o รจ una questione di organizzazione dei servizi?
Condivido fino in fondo la lettura filosofica. E aggiungo: รจ anche questione di organizzazione dei servizi, le due cose non si escludono. La rivoluzione copernicana รจ spostare il centro: non la vita come mero fatto biologico da prolungare indefinitamente, ma la persona come titolare di dignitร che decide sul senso della propria agonia. Il
diritto di morire non รจ l’opposto del diritto di vivere. Ne รจ il compimento, quando vivere รจ diventato solo sopravvivere a sofferenze che la persona reputa intollerabili. Ma una rivoluzione copernicana senza ingranaggi resta un libro. Noi, legislatori regionali speciali, dobbiamo tradurlo in corsie, in commissioni, in farmaci disponibili, in tempi che non siano una seconda condanna. Ecco perchรฉ la nostra legge voleva essere organizzazione: dare alla rivoluzione un ambulatorio, un protocollo, un volto.
Ci sono iniziative in cantiere, magari insieme ai gruppi PD delle altre Regioni che hanno legiferato, per fare pressione sul Parlamento?
Sรฌ. Non ci siamo mai fermati. Con i colleghi PD e con le associazioni, a partire dall’Associazione Luca Coscioni che ha raccolto le 9000 firme in Veneto, stiamo costruendo una conferenza permanente delle Regioni che hanno legiferato. Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e ora Veneto. L’obiettivo รจ un documento comune da portare in Parlamento: chiediamo che la legge nazionale recepisca le sentenze 242, 204 e 148, garantisca tempi certi compatibili con l’alleanza terapeutica e reintroduca, a livello statale, quel supporto tecnico-farmacologico che a noi รจ stato censurato per competenza. Non รจ pressione ideologica. ร leale collaborazione. Diciamo a Roma: noi abbiamo fatto il lavoro sporco, abbiamo dato una regola all’agonia con le nostre risorse. Ora tocca a voi renderla uguale da Bolzano a Cagliari.
Cโรจ una storia, un volto, una richiesta arrivata in questi mesi che le ha fatto capire piรน di ogni sentenza il senso di questa battaglia? Se puรฒ raccontarla, anche senza nomi.
Sรฌ, una lettera arrivata in Commissione, scritta a mano dalla moglie di un uomo malato. Non chiedeva pietร . Chiedeva coerenza. Scriveva: mio marito ha lottato contro la morte per tre anni, ogni giorno. Ora la lotta รจ perduta, lo sappiamo tutti, lo sanno i suoi medici che vengono a casa con dedizione. Perchรฉ lo Stato mi dice che ha diritto, ma la sua ASL non puรฒ aiutarlo? Ho capito in quella lettera piรน che in ogni sentenza il senso di questa battaglia. Quell’uomo non voleva morire. Voleva smettere di essere torturato. Voleva che la sua agonia, che era stata lotta vera, non finisse come tortura sacrilega. Ecco perchรฉ ho presentato quella legge. Perchรฉ un’organizzazione sanitaria forte di tutto, ma priva di una regola chiara e precisa sull’esito di tutti i suoi sforzi, sull’agonia, non รจ forte. ร incompleta e infedele ai suoi compiti.
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