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BUDDUSO’ – Memoria popolare e archeologica

✅ Alcuni siti venivano utilizzati a scopo terapeutico con pellegrinaggi penitenziali

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Di Salvatore Satta

BUDDUSO’ > Coltzu Peppe ‘Istrale, buddusoino, era un anticlericale convinto e un materialista irriducibile.

Avere queste idee in Sardegna era una colpa imperdonabile e causa di tutti i mali per sé, per i propri familiari e per l’intera comunità.

 

Così coltzu Peppe ‘Istrale, vissuto al periodo del Fascismo e della guerra di Spagna, era additato come colui che, pur non avendo mai varcato il mare, faceva la guerra ai Sardi. E questa sua fama si era sparsa anche nei paesi del circondario, i cui abitanti, non conoscendolo di viso, si intrattenevano con lui, parlandone male, accusandolo di ogni atrocità e a Peppe ‘Istrale non rimaneva altro che abbozzare e parlar male di sé stesso, addirittura confermando, visto che non era conosciuto, che era lui in persona a pilotare gli aerei da guerra che, dalla Spagna, venivano in Sardegna a bombardare i Sardi.

 

Inconsapevole di parlare con lui, qualcuno, interrogato sulle sorti della guerra di Spagna, rispose: ‘’Su saldu contr’a su saldu: b’est cussu ‘uddhusoinu, cussu conchi maccu ‘e Peppe ‘Istrale, chi ‘enit, bumbaldat e si che tòrrada! (Il sardo contro il sardo: c’è quel buddusoino, quella testa matta di Giuseppe ‘Istrale, che viene, bombarda e se ne ritorna!).

 

Trovò la fine dei suoi giorni terreni a Buddusò, presso la Casa di Riposo, assistito dalle Suore. Ormai in punto di morte, in presenza di alcuni suoi parenti, chiese la Comunione e i conforti religiosi. I parenti, conoscendo bene le idee professate con vigore dal congiunto, meravigliati, provarono ad obiettare qualcosa, circa l’esistenza di Dio e di una vita ultraterrena, ma fu lui stesso a precederli rivendicando la facoltà del dubbio.

 

Quando ebbe degli screzi con la moglie, ovviamente fu lui ad essere considerato il responsabile, e forse non a torto, visto anche il carattere dell’uomo, e fu costretto ad abbandonare la propria abitazione e a costruirsi una casupola addossata al nuraghe di Loelle (nella foto), in agro di Buddusò. Al tempo, le leggi per la conservazione dei beni archeologici lo consentivano, tanto più che il nuraghe non era ancora stato scavato ed era quasi completamente coperto dalla vegetazione. Io stesso ebbi modo di visitare la casupola, ormai disabitata e abbandonata, di coltzu Peppe ’Istrale. In quell’epoca, se non ricordo male, l’architrave d’ingresso del nuraghe era ancora integra e il nuraghe era oggetto di racconti, non provati scientificamente, salvo essere, poi, confermati dalle più moderne teorie, come, per esempio, il fatto che i nuraghe siano comunicanti tra loro tramite strutture murarie (cunicoli) o tramite terrazze usate come postazioni di vedetta. D’altronde, le vicissitudini che deve affrontare l’individuo, che decide di discostarsi dalla narrazione ufficiale, sono sempre le stesse.

E cioè: prima viene deriso, poi avversato violentemente e, in seguito, privato delle proprie brillanti teorie, innovative rispetto alla main stream, venendo accusato di aver asserito verità risapute e ovvie.

 

Comunque, i pastori erano consapevoli di trovarsi di fronte a qualcosa di insolito e di importante.

 

Il nuraghe di Loelle era considerato in comunicazione con quello di Torroilè, distante qualche centinaio di metri in linea d’aria e ormai diroccato da molto tempo. Comunicanti, a Buddusò, secondo la memoria popolare, sono anche il nuraghe di Solteri con quello di Errere, Pelcio con Isàritta, Iselle con il nuraghe Ruju. Nell’altipiano di Buddusò, in località ‘’Olòlviga’’, era situata la ‘’fons salutis’’ dei latini. Si trattava di una vera e propria fontana, circondata da strutture a filari di stile nuragico, che insisteva attorno ad una goccia perenne, che trasudava direttamente dalla roccia, presso cui ci si bagnava per guarire dalle varie malattie. Come per tutte le costruzioni, comprese alcune chiese, come quella di san Paolo di Monti, che venivano utilizzate a scopo terapeutico, con pellegrinaggi penitenziali a piedi, o addirittura in ginocchio, il percorso per raggiungerle doveva essere inverso a quello per il ritorno, per non riprendere su di sé i mali lasciati nel viaggio. Così succedeva anche per la fonte di ‘’Olòlviga’’. Il fenomeno cessò quando l’equilibrio idrogeologico della zona venne sconvolto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

 

Secondo la memoria dei buddusoini, presso ‘’Olòlviga’’ esisteva, addirittura, un castello che attualmente viene identificato con un nuraghe completo dei suoi mensoloni e delle sue strutture lignee, ma dall’ubicazione sconosciuta. Un’altra sorgente spontanea e perenne, ma, questa volta, di lacrime, esisteva fino a pochi anni fa, all’interno del centro abitato di Buddusò, nel cimitero di san Sebastiano. Dove, dalla tomba monumentale in marmo di monsignor Sini, il quale venne calunniato, sgorgava inspiegabilmente un rigagnolo che scendeva fin dentro il paese e si diceva che si trattasse proprio delle sue lacrime.

 

Un altro nuraghe, oggetto di memorie, è il nuraghe di Ludurru che non ho avuto occasione di vedere, ma nel quale sembra sia stato ritrovato un ricco ‘‘siddhadu’’, composto da pietre preziose e monete d’oro. Successivamente, in epoca storica, vi si rinvennero anche alcune spade di bronzo di notevoli dimensioni. In quella zona ci sono le ‘’domus de janas de tia Antonina’’ con la struttura incrinata da un fulmine. Altre ‘’domus de janas’’, sotto il profilo della memoria, hanno qualcosa da raccontare. Oltre alle ‘’concheddhas de Checche’’ (domus de janas di Checche), usate per indicare un luogo sperduto e di difficile localizzazione, ma anche per essere state utilizzate dalle donne e dai bambini di Buddusò, spaventati dal lugubre sferragliare dei carri armati tedeschi in ritirata, dopo la fine della seconda guerra mondiale, possiamo citare ‘’sas concheddhas de Borucca (le domus de janas di Borucca), nelle quali sono evidenti gli esiti di un terremoto, infatti sono state ricavate in un masso rovesciato.

 

Esistono anche diverse Tombe di Giganti, che hanno dato origine a diversi racconti popolari con un minimo di verità storica. Una di queste, in località ‘’Su laccu’’, costiuita da quattro massi megalitici perpendicolari, disposti a coltello, si trova non molto lontano da ‘’Loelle’’ e dalla stazione dei soldati Romani che presidiavano le sorgenti del Tirso (Caput Tyrsi). Erano frequenti le scaramucce, tra i buddusoini e i soldati romani che si allontanavano dal loro accampamento, e spesso questi ultimi subivano perdite sul campo, come risulta da vari ritrovamenti, sul posto, di monete d’oro dalla datazione inequivocabile.

 

Gli eventi sono plausibili. La zona, infatti, in epoca preromana, era il territorio, ora ricadente nel Logudoro e nel Monte Acuto, delle ferocissime, e temutissime dai Romani, tribù dei Balari (Balares). 

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