In Sardegna si chiama “su barralliccu”, in Israele è detto sevivon (in ebraico) o dreidel (in yiddish). È una trottola di legno che i bambini fanno girare a turno per vincere quello che viene messo nel piatto, di solito frutta secca, dolci o spiccioli.
La trottola ha quattro facce, ciascuna contenente una lettera che corrisponde a un’azione di gioco: se esce la N di “nudda” (o la Nun ebraica di “nulla”), il giocatore passa la mano; con la T di “tottu” (o la Gimmel di “tutto”), si vince l’intero piatto; con la M di “mitadi” (o la “Hei” di metà) si prende il cinquanta per cento del contenuto del piatto; con la P di “poni” (o la “Shin” di “metti”) si deposita qualcosa nel piatto.
I bambini sardi, soprattutto a Cagliari e nel Campidano, ci giocano durante le feste natalizie, dalla vigilia del 24 dicembre fino all’Epifania. Allo stesso modo i bambini ebrei si divertono con il loro dreidel durante la festa dei Lumi (Hannukkah) che cade nello stesso periodo.
Secondo studiosi come Elio Moncelsi, autore di “Ebrei in Sardegna: segni e disegni” (2013), il gioco di “su barralliccu”, che imita specularmente il dreidel, è il risultato di una convivenza secolare che ha visto i bambini sardi e quelli ebrei condividere piazze, mercati e spazi domestici.
Non a caso in Sardegna il gioco si è diffuso dove le comunità giudaiche erano più radicate. Papa Gregorio Magno menziona gli ebrei presenti nel sud dell’isola in una lettera del 599 d.C. mandata al vescovo di Cagliari, ma la loro presenza nella regione sarda è documentata fin dall’anno 19 d.C. durante il principato romano di Tiberio. Il loro numero crescerà ancora con l’immigrazione ebraica dalla Spagna nel periodo catalano e aragonese, quando gli ebrei si stabilirono a Cagliari nella cosiddetta Giudaria, un quartiere che si formò dal 1344 intorno ad un gruppo di case abitate già dagli ebrei pisani e con una sinagoga documentata fin dal VI secolo.
La Giudaria cagliaritana era un rione aperto che non aveva nulla a che vedere con quello che sarà poi il ghetto recintato di Venezia, istituito a partire dal 1516. Così la comunità ebraica isolana, per lo più composta da artigiani, medici e commercianti, partecipava alla vita della città e nella prima metà del ‘400 occupava un terzo del quartiere Castello, da cui entrava e usciva liberamente con le sue merci, mentre in gran parte dell’Europa gli ebrei venivano confinati e isolati dal resto della popolazione, subendo anche delle persecuzioni.
Una conferma del fatto che i sardi sono un popolo ospitale e che l’integrazione quotidiana ha permesso il passaggio di tradizioni condivise, senza dimenticare la capacità innata dei bambini di abbattere attraverso il gioco le barriere religiose e linguistiche.
Le origini di questo gioco giudaico sono antichissime e risalgono all’occupazione ellenistica di Gerusalemme avvenuta intorno al 175 a.C., quando i bambini ebrei studiavano di nascosto la Bibbia ebraica e fingevano di giocare con il dreidel non appena passava un soldato. Le stesse lettere incise sulla trottola hanno un forte significato religioso perché compongono l’acronimo di “Un grande miracolo accadde lì” per ricordare il prodigio dell’olio di Hanukkah che, nonostante bastasse appena per illuminare il tempio solo una notte, mantenne accesa la fiamma per otto giorni. Questo consentì agli ebrei guidati da Giuda Maccabeo di procurarsi altro olio per riconsacrare il loro edificio di culto dopo averlo riconquistato, visto che era stato profanato durante il governo del re Antioco IV Epifane, come è narrato nel Primo Libro dei Maccabei 4,36-59 e nel Talmud Shabbat 21b.
Ancora oggi gli otto giorni di Hanukkah sono un momento di gioia per tutti gli ebrei e i bambini ricevono regali: il dreidel con le lettere sulle quattro facce per ricordare il prodigio e premi in denaro per aver studiato la Torah. Inoltre la tradizione ebraica vuole che venga acceso un lume per ognuna delle 8 sere della festa di Hanukkah per celebrare proprio la luce miracolosa che segnò la riconquista della libertà e dell’indipendenza culturale e religiosa degli ebrei.
In Sardegna il gioco è stato associato al periodo natalizio in cui la luce è altrettanto protagonista nelle Letture liturgiche, poiché con la nascita del Bambino “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Giovanni 1,9) e così “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce” (Isaia 9,1).
Il legame tra la Sardegna e la sua componente ebraica si infranse bruscamente nel 1492, quando il re spagnolo Ferdinando il Cattolico decretò l’espulsione degli ebrei da tutti i territori della Corona. Molte famiglie ebree scelsero la via dell’esilio, dirigendosi verso il Regno di Napoli (allora ancora non spagnolo), la Grecia o la Calabria, ma una parte significativa della comunità, profondamente legata alla terra sarda e ai propri interessi economici, scelse la conversione forzata per rimanere nell’isola.
Questi “nuovi cristiani” erano tenuti d’occhio dall’Inquisizione spagnola – a Cagliari, tra il 1486 e il 1504, furono emesse 74 condanne, mentre ad Alghero le sentenze furono 15 – ed è possibile che il dreidel venisse usato ancora una volta per fini mimetici, come in origine, per camuffare lo studio e la preghiera della Torah ebraica con il gioco della trottola divenuto ormai noto con il nome di “su barralliccu”. Gira e rigira, l’intolleranza ritorna sempre se non viene risolta nel profondo.
Immagine: Su barralliccu. Fonte web: Pro Loco di Uta.
