La fiammella che tremola all’interno di una zucca intagliata evoca qualcosa di arcaico e profondo. Non a caso la zucca, oggi collegata soprattutto al folklore di Halloween, custodisce una simbologia antichissima di morte e rinascita, legata al ciclo agrario e all’autunno, alla terra e al cosmo, in contesti culturali straordinariamente diversi: dall’America dei nativi precolombiani alla Cina, dall’Africa al Mediterraneo.
Cosa è rimasto di questo archetipo trasformato oggi nel simbolo internazionale di Halloween?
Si trova ancora traccia del suo significato in alcune regioni italiane come la Sardegna, la Calabria, la Puglia e l’Abruzzo, dove molto prima che Halloween diventasse un fenomeno di massa, erano già diffusi l’uso rituale della zucca intagliata e la pratica della questua per i defunti nel periodo di Ognissanti. Tradizioni radicate che parlavano il linguaggio della terra, della memoria e anche delle analogie.
La somiglianza della zucca con la testa umana non è mai passata inosservata. Se la parte esterna è paragonabile a una calotta protettiva che richiama il cranio, la sua polpa interna è stata associata alla “sostanza” dell’intelletto, dello spirito. Così, quando la zucca veniva intagliata e illuminata dall’interno, diventava un oggetto rituale per mantenere viva la luce nel buio – dell’autunno e della morte – rendendo la fiammella una rappresentazione simbolica dell’anima che non si spegne, che persiste oltre il corpo.
Questo significato emerge con forza nella tradizione abruzzese, oggi quasi scomparsa, dove i bambini durante la questua per i defunti giravano di casa in casa con zucche illuminate da una candela, dicendo di essere “l’aneme de le morte” (le anime dei morti).
Allo stesso modo, nella tradizione sarda che ancora sopravvive in molti paesi, la zucca intagliata e illuminata – chiamata Sa conca ‘e mortu, letteralmente “la testa del morto” – viene portata dai bambini che si presentano con le parole “seu mortu mortu” (sono morto morto), oppure chiedono “si onada a is animas?” (ci dai per le anime?) o “carchi cosa a sas ànimas” (qualcosa per le anime).
Se in Sardegna la zucca è simbolo di anime e di luce, memoria dei propri cari e celebrazione collettiva del loro ricordo, diametralmente opposto è il significato originario della zucca di Halloween, chiamata Jack o’ Lantern. Le sue radici affondano in un racconto del folklore irlandese che parla di solitudine e punizione eterna, narrando la storia di Stingy Jack, un fannullone dal brutto carattere, così abile negli inganni da riuscire perfino a imbrogliare il diavolo. Alla sua morte, Jack non andò in paradiso per mancanza di virtù, né all’inferno poiché aveva estorto al diavolo la promessa di non prendere mai la sua anima. Condannato perciò all’eterno vagabondaggio – la più terribile delle condizioni, né salvo né dannato – aveva con sé solo un tizzone ardente, datogli dal diavolo per dispetto, e per non bruciarsi le mani lo mise in una rapa intagliata, che usò per illuminare il suo cammino senza meta né speranza. La rapa venne poi sostituita dalla zucca quando la tradizione attraversò l’oceano con la massiccia emigrazione irlandese di fine Ottocento.
Dalla storia di Jack nacque il gesto iniziale di mettere sul davanzale o davanti alla casa una lanterna ricavata da una rapa o da una zucca intagliata in forma di volto spaventoso. Questo atto aveva una funzione apotropaica: scacciare con una maschera “brutta e cattiva” lo spirito errante di Stingy Jack e altre apparizioni maligne. Era paura, non amore. Difesa, non accoglienza.
Oggi la zucca Jack-o’-lantern è considerata un oggetto ludico-decorativo e viene esposta già settimane prima della celebrazione. La sua simbologia originaria non è in realtà scomparsa, si è solo spostata nei travestimenti macabri utilizzati per Halloween: zombie, vampiri, maschere grondanti sangue e altre creature delle tenebre. In pratica bambini e adulti diventano dei “mostri” per proteggersi da altri “mostri”. Certo, tutto avviene con leggerezza, con spirito di trasgressione e con divertimento. Ma, di fatto, nella festa di Halloween non c’è affetto e memoria dei propri defunti, c’è la processione degli spiriti dell’oltretomba che vagano di luogo in luogo, come se tutti imitassero Jack, minacciando “dolcetto o scherzetto”.
In questa linea di discorso il dibattito non è più solo culturale, non riguarda più soltanto l’estraneità di questa festa importata rispetto alla tradizione italiana del Giorno dei Morti, ma si entra nel campo psicologico, antropologico e spirituale. Si colloca qui la posizione del SIR, l’agenzia di stampa dei Vescovi italiani, che parla di “macabra e consumistica celebrazione della morte”, “evidente e deliberata estraneità e contraddizione con il significato autentico di questi giorni, dedicati ai santi e ai defunti” e di “insulto alla concezione autenticamente cristiana della morte e dell’aldilà”. Altri Vescovi, come quelli in Polonia, hanno espresso preoccupazioni più dirette, definendo Halloween un fenomeno dannoso per la vita interiore e spirituale, perché promuove una visione superstiziosa dell’esistenza e della morte, oltre che un interesse per l’occulto.
Sono reazioni esagerate per quello che sarebbe solo un semplice divertimento, una moda sociale globale? La risposta dipende dall’importanza – individuale e collettiva – che si attribuisce al linguaggio dei simboli, che rappresentano lo strato profondo delle cose e non a caso sono il linguaggio dell’inconscio. Per il noto psicanalista Jacques Lacan, il simbolico è uno dei tre registi essenziali insieme all’immaginario e al reale. Anche per Carl Gustav Jung, i simboli sono immagini vive e potenti che emergono dall’intimo più profondo e plasmano la nostra realtà interiore, tanto da essere centrali nella sua teoria sull’inconscio collettivo e gli archetipi. Il filosofo Ernst Cassirer definisce l’essere umano come “un animale simbolico” e papa Benedetto XVI affermava in un Discorso del 29 ottobre 2010: “Il simbolo come quintessenza dell’unità tra lo spirituale e il materiale va perso dove ambedue si separano, dove il mondo viene spaccato in modo dualistico in spirito e corpo, in soggetto e oggetto”.
È innegabile: Halloween è diventato un fenomeno guidato da dinamiche commerciali globali e anche in Italia questa moda si è affermata con un successo impressionante. Secondo un’indagine di Coldiretti, il business complessivo italiano – maschere, feste, cibo, decorazioni – sfiora i 250-300 milioni di euro. La sola zucca da intaglio supera i 30 milioni: un valore elevato per un singolo prodotto agricolo, che segna la trasformazione da elemento rituale a merce di consumo di massa.
È nato perfino lo “zuccaturismo”: campi dove i visitatori possono raccogliere la propria zucca e poi utilizzarla in modi che si estendono oltre la cucina, toccando il design e le esperienze rurali, con laboratori di pittura e percorsi nel bosco. Un fenomeno che unisce natura, agricoltura e creatività, trasformando le zucche in simbolo di esperienze diffuse sul territorio.
Un’opportunità, questa, che potrebbe essere colta dalla Sardegna per promuovere un sano turismo interno e per riappropriarsi della sua zucca autentica e della tradizione di Is Animas, restituendo a questo emblematico frutto della terra il suo significato più profondo, quello di una lanterna per dire ai propri morti: vi ricordiamo, siete ancora tra noi, la vostra luce non si è spenta.
Un modo per non dimenticare il posto d’onore che l’isola ha sempre riservato ai suoi defunti e che può essere riscoperto e tramandato anche oggi con nuovi sistemi.
Immagine: Zucca intagliata, foto di Virgilio Piras, Sardegna digital library
