NEWSARDE.IT Il quotidiano online della Sardegna

Logo Newsarde
Home Notizie Cultura La Sardegna sotto il segno del serpente. (65)

La Sardegna sotto il segno del serpente. (65)

Dai nuraghi alle neuroscienze, passando per Esculapio e le Janas.

Serpente Barchetta nuragica

CONDIVIDI

Di Lorella Marietti

Prima che i Romani edificassero i templi-ospedali di Esculapio, prima che la statuetta di Nora ne testimoniasse il rituale terapeutico di incubazione onirica e la sacralità del serpente, la Sardegna custodiva già il segno sinuoso di questo animale. Infatti lo si è trovato inciso su pietre e manufatti della civiltà nuragica, nella quale esisteva anche una pratica incubatoria di guarigione, secondo quanto riportato da Aristotele.

 

Un serpentello con spire a zigzag e testa è visibile, ad esempio, sulla fiancata della navicella nuragica dell’Antiquarium Arborense di Oristano. Le forme serpentiformi sono anche presenti sul concio lapideo del nuraghe Nurdole di Orani custodito presso il Museo Archeologico di Nuoro, su un masso del nuraghe Losa di Abbasanta, sulla fusaiola del Nuraghe Palmavera (Alghero), sul ciondolo di Solarussa (Oristano) e pure su un’ansa in bronzo del VI-V secolo a.C., ritrovata nel Nuraghe Adoni di Villanova Tulo.

 

Il prof. Gigi Sanna ha raccolto in una tabella ben 53 diverse raffigurazioni nuragiche di serpenti, a suo avviso segni arcaici di una scrittura protosarda – pittografica e lineare al tempo stesso – in cui il serpente alludeva all’immortalità della luce, anche se l’archeologia tradizionale non li ritiene dei segni di scrittura ma solo simbolici o decorativi. In ogni caso testimoniano la diffusione della figura del serpente nella civiltà nuragica, a cui si aggiunge la persistenza iconografica della coppia toro-serpente, simbolo supremo della divinità, che in Sardegna durò molto a lungo, dall’età del bronzo medio sino alla tarda età del ferro.

 

Viene da chiedersi se anche il popolo nuragico condividesse la stessa convinzione di molte antiche civiltà che vedevano nel serpente l’archetipo della rigenerazione, e quindi se i primi Sardi avessero anticipato di molti secoli – proprio con l’incubazione onirica nuragica menzionata da Aristotele – quello che i templi-ospedali di Esculapio avrebbero poi codificato sulla costa sud occidentale sarda.

 

È interessante notare che nella pratica terapeutica incubatoria non si trattavano separatamente lo spirito e il corpo, ma vi era una visione unitaria dell’essere umano che è stata riscoperta dalla scienza contemporanea ed è diventata il fulcro della medicina psico-neuro-endocrino-immunologica (PNEI), di cui uno dei pionieri è il medico italiano Paolo Lissoni.

 

La PNEI si fonda sul ruolo cruciale svolto nell’organismo umano dalla ghiandola pineale (o epifisi), l’organo che regola i ritmi sonno-veglia ed è la principale causa dell’attività onirica – proprio le due funzioni terapeutiche dell’incubazione – e inoltre agisce anche sulla corretta integrazione dei tre sistemi essenziali per la vita biologica: il sistema nervoso, il sistema endocrino e il sistema immunitario, a loro volta influenzati dalle emozioni e dall’auto-coscienza. Infatti, secondo gli studi di Lissoni, il raggiungimento di una buona salute è un obiettivo a 360 gradi che dipende anche dal sapersi riconnettere alla propria dimensione spirituale, e i diversi neurormoni prodotti dalla ghiandola pineale possono contribuire a un benessere non solo fisico ma anche interiore.

 

Del resto l’interesse nei confronti della ghiandola pineale non è certamente nuovo: posta al centro del cervello umano, era conosciuta fin dall’antichità ed era stata individuata con precisione nel II secolo d.C. dal medico greco Galeno, sebbene fosse stata già intuita da Ippocrate e Prassagora nel V-VI secolo a.C., i quali consideravano il cervello la sede della coscienza. Più tardi Cartesio, nel XVII secolo, definirà la ghiandola pineale come «la sede dell’anima» (De Homine e Le passioni dell’anima).

 

Colpiscono, poi, le raffigurazioni simboliche di alcune antiche tradizioni spirituali, sparse in diversi angoli del mondo, in cui l’associazione cranio-serpente sembra unire la ghiandola pineale del cervello umano con l’energia sacra del serpente simbolo di risveglio spirituale. Ad esempio, in India, Shiva è rappresentato con un serpente che emerge dal cranio (e un altro alla base del collo), così come la corona dei faraoni egiziani ha l’ureo (il cobra) che si innalza al centro della fronte, immagine accostabile anche al cosiddetto terzo occhio spirituale che, per gli yogi induisti, è celato nella zona della fronte e si attiva con la kundalini, energia di origine divina a forma di serpente di luce.

 

Questo occhio spirituale, che è associato alla capacità di vedere oltre i cinque sensi e allo sviluppo della saggezza, viene aperto secondo gli yogi dall’energia creatrice serpentiforme che risale lungo la colonna vertebrale e che richiama anche la colonna serpentina dell’oracolo di Delfi con il suo celebre motto «conosci te stesso», che evoca gli stessi concetti di consapevolezza e di risveglio spirituale.

 

Si può qui ricordare il legame leggendario tra la Sardegna e l’oracolo di Delfi poiché, secondo autori come Simplicio, Diodoro Siculo e Pausania il Periegeta, gli eroi guaritori nominati da Aristotele provenivano proprio da Delfi. Essi erano i figli di Eracle, arrivati in terra sarda con la colonia di Iolao grazie alla Pizia (o Pitia), ossia l’oracolo di Apollo a Delfi, che aveva indicato ad Eracle la via della Sardegna per i suoi figli.

 

Ma non è tutto, perché un altro autore classico, Solino, parla di alcune sacerdotesse sarde chiamate “Bitiae” che sarebbero state il corrispondente isolano delle Pitie delfiche, con cui condividevano le capacità oracolari. E il mito racconta che il nome Pitia (cioè pitonessa) derivava dal drago-serpente Phyton, la cui morte per mano di Apollo aveva conferito alle sacerdotesse di Delfi il potere dell’oracolo, ossia la facoltà di divinazione-interpretazione e quella di guarigione, a cui avevano accesso tramite uno stato di trance che le connetteva alle divinità e agli spiriti.

 

Si può osservare che la trance è un aspetto tipico dello sciamanismo, pratica di guarigione e divinazione che risale al Paleolitico superiore e che, secondo l’archeologa e divulgatrice scientifica Emanuela Katia Pilloni, era un rito conosciuto anche dalla società nuragica.

 

Si può allora ipotizzare che i sogni rivelatori e guaritori, scopo della pratica incubatoria, provenissero anche da stati modificati di coscienza, proprio come avviene nelle cerimonie sciamaniche a lungo studiate dall’antropologo Mircea Eliade, durante le quali si utilizzano erbe psicoattive e altre tecniche per produrre il sonno profondo della trance.

 

Nel sito web “La Sardegna verso l’Unesco” è riportato, a proposito dell’incubazione nuragica, un parallelo con un brebu che recita: “A su mancu una borta in sa vida bàndidi s’homini in galazzoni; scetti in custu viaggiu d’ogniunu ada connosci sa beridadi” (Almeno una volta nella vita, l’uomo si porti in stato di trance; solo in questo ‘viaggio’ ognuno potrà conoscere la verità).

 

E i serpenti? Di sicuro sono ancora oggi importanti: nella tradizione popolare sarda, le serpi isolane (che non sono velenose) sono considerate creature sacre da nutrire con il latte perché proteggono la salute degli ovili e dei campi, ma soprattutto perché potrebbero trasformarsi in janas, le fate della Sardegna, quasi a ricordare le antiche sacerdotesse-pitonesse.

 

Immagine: fiancata della navicella nuragica dell’Antiquarium Arborense di Oristano.

CONDIVIDI

Cerca

Articoli recenti