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Avvolti dalle spire del sonno, anzi del serpente. (64)

La Sardegna custode di un rito millenario che univa corpo e spirito.

Devoto dormiente

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Di Lorella Marietti

Una piccola statuetta di terracotta, risalente al II secolo a.C. ed esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, racconta una storia affascinante, È stata rinvenuta nel santuario punico-romano di Esculapio dell’antica Nora e raffigura un devoto dormiente il cui corpo è avvolto dalle spire di un serpente. Non è un incubo di pietra, ma la testimonianza di un rito sacro, dove il sonno diventava medicina e il serpente alleato di guarigione.

 

Il sito archeologico che ha restituito questa testimonianza si trova in una zona chiamata significativamente Sa Punta ‘e su Coloru, “la Punta del Serpente”, e il tempio faceva parte di una rete mediterranea di santuari dedicati al dio della medicina, il cui culto terapeutico era associato alla sacralità del serpente e univa la salute fisica a quella spirituale.

 

Dal mondo mediorientale a quello greco e romano, furono costruiti tra i 420 e i 643 templi-ospedali (numero che varia a seconda delle fonti) in onore del punico Eshmun, del greco Asclepio e del romano Esculapio, nomi diversi di uno stesso dio benefico.

 

In questi templi la guarigione si cercava attraverso una singolare esperienza del divino, vissuta sul limitare tra morte e vita, durante un sonno incubatorio che produceva dei sogni risanatori di provenienza divina. I devoti si coricavano nei dormitori sacri, dove alcuni serpenti non velenosi venivano lasciati liberi di strisciare tra i giacigli.

 

Il legame tra la medicina di Esculapio e il serpente affonda nel mito: il dio scoprì il segreto della resurrezione osservando un serpente che ne riportava in vita un altro usando un’erba. Da qui nasce il simbolo ancora oggi riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: il Bastone di Asclepio (o Esculapio) con il serpente attorcigliato, da non confondersi con il caduceo di Hermes che invece ne ha due.

 

Questa simbologia rimanda a una concezione di rinascita e rinnovamento, legata anche al fatto che il serpente cambia pelle e che il suo veleno può rappresentare una base per la creazione di antidoti, incarnando così la dualità morte-vita. Questo spiega pure il motivo per cui molte tradizioni riconoscono al serpente un sapere capace di guarire ogni malattia e ritengono che il suo veleno, sapientemente usato, possa curare tutti i mali.

 

La stessa Bibbia presenta questa ambivalenza: il serpente è nemico del genere umano quando nell’eden inganna i progenitori e introduce la morte nel mondo, ma diventa simbolo di vita quando Mosè colloca il serpente di bronzo sul suo bastone per guarire il popolo nel deserto, prefigurando la salvezza operata dal Cristo innalzato sulla croce. Una sintesi efficace dell’archetipo del serpente, che esprime i due poli morte-vita, buio-luce, sonno-rinascita, veleno-medicina in diverse tradizioni spirituali del mondo.

 

Ad esempio, nei testi vedici indiani, viene descritta come un serpente di luce la kundalini, che per gli yogi è la potente energia di origine divina presente in ogni essere umano: essa giace attorcigliata e assopita alla base della colonna vertebrale, proprio sul cosiddetto chakra dello stato di sonno – condizione che richiama la medicina di Esculapio – e può essere risvegliata con tecniche di respirazione ed esercizi specifici.

 

Nell’antico Egitto, il serpente mistico descritto nel Libro dei Morti accompagna il devoto nelle viscere buie della terra e ne rende possibile la rinascita, a imitazione del ciclo sonno-veglia e del percorso del sole: «Sono un serpente longevo: trascorro la notte e rinasco ogni giorno. Sono il serpente che segna il limite della terra; trascorro la notte poi rinasco con rinnovata giovinezza, ogni giorno, secondo i ritmi millenari del tempo».

 

Interessante notare che secondo gli studiosi Gigi Sanna e Sandro Angei, sostenitori dell’esistenza di una scrittura nuragica, il segno del serpente era associato al significato di luce immortale nella civiltà protosarda.

 

Allo stesso modo, presso gli Aztechi e i Maya, il serpente piumato Quetzalcoatl è accostato alla luce solare e al sacrificio iniziatico: così come il sole muore a ovest per risorgere a est, così l’uomo può vivere una morte simbolica seguita da una rinascita.

 

Pure l’Uroboros, il serpente che si morde la coda e che simboleggia la perpetua trasformazione della morte in vita, era considerato dagli alchimisti un simbolo di rigenerazione.

 

Anche l’oracolo di Delfi, con il suo celebre motto “conosci te stesso”, era associato a un rettile primordiale: il mitologico serpente/drago Phyton. E nella medicina tradizionale cinese, l’energia vitale chiamata qi trova la sua forza guaritrice nel Sheng Qi, letteralmente “il respiro del drago”, ossia il serpente, che qui è chiamato “piccolo drago”.

 

Così la piccola statuetta di Nora non sembra essere solo un reperto archeologico, ma il frammento di una sapienza comune, e sembra parlare un linguaggio che l’umanità ha sempre conosciuto.

 

Immagine: Statuetta di devoto dormiente da Nora, avvolto nelle spire del serpente, santuario di Esculapio, II sec. a.C., Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.

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